IL TERRITORIO

Appartato rispetto alle principali arterie del traffico, posto tra gli ultimi declivi nord-occidentali dell’Etna e le pendici meridionali dei Nebrodi, il territorio comunale di Maniace si estende per una superficie di 36 Kmq, modellata in tre grandi e fertili vallate.

Queste si adagiano dolcemente lungo le rive di tre corrispettivi corsi d'acqua, a regime torrentizio, che discendendo dall’alto dei Nebrodi, dopo aver bagnato le terre di Maniace, confluiscono, più a valle, dando origine al Simeto.

 

I predetti torrenti sono: il Martello emissario del lago Biviere a quota 1200, il Saraceno che nasce dal lago Cartolari a quota 1350 e il Cutò che proviene dalle pendici del monte Soro a quota 1600.

Ogni vallata, l'una contigua all’altra, è costellata da numerose, piccole borgate sorte qua e là, soprattutto lungo le vie maestre: è il caratteristico insediamento urbano di Maniace che storia e condizioni particolari hanno determinato.

La zona offre, nell'insieme, uno scenario lussureggiante e panoramico. Disposta tra pianura, collina e montagna presenta un'altitudine che varia dai 648 metri a fondo valle (Boschetto vigne) ai 1416 metri in montagna (Serra Semantile).

Tutto il paesaggio è, poi, incorniciato: ad Est, dall'immensa mole dell'Etna con i suoi crateri che si sublimano nel superbo cono centrale (m. 3323); a Nord-Ovest, dalle catene ora innevate, ora ammantate di verde dei monti Nebrodi che si sollevano fino alle punte massime di serra del Mergo (m. 1553), serra dei Re (m. 1754.). monte Soro (m. 1847), rocca Rapiti (m. 1335), rocca Nadore (m. 1035); a Sud. dal grande varco del Simeto, aperto tra i fianchi di Bolo e di Stuvara.

 

Porta d’immediato accesso a Maniace è la strada che si diparte dalla statale 120, a Km 13.500 da Cesarò, a Km. 14 da Randazzo, a Km. 6,500 da Maletto, e Km. 9 da Bronte.

Da qui la strada affiancata per un tratto sul lato sinistro, da un invitante boschetto di pioppi canadesi (che hanno l’unico torto, di impedire una buona veduta panoramica del centro abitato di Maniace) si immerge, dopo aver curvato a, destra, all’altezza di Piano della Croce, nel grande parco dell’ex ducea Nelson: fitti alberi d'alto fusto tra i quali si intravede, a manca, il Castello di Maniace, ovvero, l’ex abbazia benedettina con l’annessa chiesa titolata S. Maria del valorosissimo Maniace.

La chiesa è, indubbiamente, sotto il profilo storico ed artistico la parte più interessante dell’intero edificio e costituisce, col suo bellissimo portale di marmo ad arco a sesto acuto, il soffitto a capriate in legno, i due ordini di finestre ogivali, le tre navate, la fuga degli archi in pietra arenaria poggianti su armoniose colonne di pietra lavica, un fondamentale esempio di architettura normanna.

 

Essa non ricade nel territorio di Maniace ma in quello di Bronte.

La popolazione di Maniace, infatti, è stata privata del suo diritto ad avere l’omonimo Castello, a causa delle ben note manovre ed egemonie politiche (tanto amaramente subite e contro le quali non sta risparmiando di opporre le sue legittime rivendicazioni).

Tuttavia la chiesa è attualmente, come lo fu in origine, sede parrocchiale a favore delle popolazioni residenti nei pressi, eretta, .con decreto vescovile il 24.06.1962.

Il vetusto tempio è stato, all'epoca del regime feudale della ducea Nelson, luogo e momento di aggregazione dell'oppresso ceto contadino. Solo dentro ad esso le famiglie di Maniace poterono ritrovare le loro radici religiose e celebrare la loro dignità di uomini e di credenti.

Cominciarono, altresì, a costruire e a rafforzare la propria identità collettiva e si riconobbero un popolo.

Questa chiesa, dunque, è, storicamente, l’emblema della identificazione religiosa e civile del popolo maniacese.

 

A ridosso del Castello scorre il torrente Saraceno le cui acque lambiscono le mura dei vecchio maniero.

Ancora negli ami 70 esisteva l’antico ponte in legno ove, un tempo, si passava non senza aver prima pagato il pedaggio al duca con tariffe differenziate per pedoni, cavalcature, carri ed automezzi.1.

Superato il ponte, ora rifatto in cemento armato, si dispiega, a destra, la prima vallata del territorio maniacese che accoglie le borgate di Piana, Porticelle e Zerilli con i loro 800 abitanti.

 

Vi si accede per un viale ombreggiato da alberi di frassino lungo il cui percorso sorge, a sinistra, il cimitero comunale e, protetto da querce frondose, il piccolo cimitero degli inglesi che oltre alle tombe del duchi custodisce quella del poeta scozzese William Scharp, morto nel dicembre 1905, ospite della ducea.

 

La strada, dopo aver attraversato in lungo, verso nord, la parte pianeggiante della valle e i piccoli agglomerati urbani sale fino a Taiti, alla Segheria e ai faggi della foresta Vecchia, nel Comune di Bronte.

Ma raggiunto Taiti, nel punto ove sorge una casina con villetta dell’ex duca Nelson, bisogna voltarsi indietro per vedere ciò che si è lasciato alle spalle, avendo ormai superato un dislivello di circa 600 metri.

Tutt'intorno la scenografia è spettacolare. La vista spazia su un panorama vasto e di singolare bellezza. Laggiù nel cuore della vallata i tetti rossi delle case di Piana, i letti bianchi e tortuosi del Saraceno e del suo più grosso affluente il Sambuco; più lontano, affogata quasi in un mare di verde, l'ex abazia benedettina di S. Maria di Maniace e, in alto ad Est, Maletto e dietro di esso. da sfondo, l’onnipresente e gigantesco cono dell'Etna che al tramonto si tinge di cangianti colori: dal rosa, al viola, al blu, a seconda del degradare della luce del sole.

Partendo nuovamente dal ponte sul Saraceno si ha, dirimpetto, la collina di Fondaco caratterizzata da quei doppi filari, di cipressi che la percorrono lungo tutti i suoi schienali mentre a sinistra vanno, verso occidente, due strade: l’una nuova, priva di interesse paesaggistico, e quella vecchia che corre quasi parallela alla prima e costeggia il predetto torrente tra due bei filari di "cipressi carducciani" 2.

Entrambe portano all’altra vallata la maggiore tanto ampia da dar luogo ad una ridente pianura che nella sua massima estensione misura Km 4 per Km. 1,500 e conta una popolazione di 2.500 abitanti. Essa è delimitata tra il torrente Martello e la strada Catenanuova - Alcara Li Fusi lungo la quale si sviluppano a grappoli, circondati dal verde dei vigneti degli uliveti, degli alberi di pero, pesco, melo, susino, albicocco, gli agglomerati urbani. Il primo di questi è Fondaco, incrocio, un tempo, di importanti vie di comunicazione. Sorgono, appresso, Margherito, Cavallaro, Galatea, Petrosino, Pezzo.

 

Risalendo ancora la vallata si raggiunge il bosco comunale di Petrosino e poi quello di Grappidà, nel comune di Bronte, che nella parte sommitale, ad Arcarolo, amenissimo rilievo a quota 1565, offre la possibilità, a cielo sereno, di abbracciare con lo sguardo, fino all’orizzonte, un susseguirsi interminabile di giogaie orlate di celeste. Sembra vedere, da quassù, quasi tutto il meridione orientale dell’isola.

 

Ripartendo dall’abitato di Fondaco, corre da qui verso Ovest, una strada che, attraversando per largo la vallata, immette prima nel nucleo di Boschetto e poi, dopo aver superato il ponte sul Martello e la Costa di sant’Andrea, nella terza vallata: quella formata dal grande bacino imbrifero del torrente Cutò.

Questa accoglie il piccolo agglomerato urbano di Sant’Andrea Sud e le abitazioni sparse di Sant’Andrea Nord, Semantile, S. Nicolella, con un carico di 400 abitanti.

La strada che serve questa vallata, dopo aver collegato le varie località salendo fino a quota 1100, si ricongiunge con la summenzionata arteria Catenanuova - Alcara Li Fusi formando, così, un grande raccordo anulare. In esso si innesta e si diparte verso nord la carrareccia che, attraversando la Macchia Sant’Andrea, raggiunge il bosco comunale di Semantile: una bella area di circa 300 ettari, disposta quasi ad anfiteatro, con un ridottissimo rivestimento arboreo nella parte bassa, ma con bellissime querce secolari nella parte alta. Da qui risalendo lo schienale, tra i due versanti del Cutò e del Martello, si raggiunge il monte Soro.

I boschi dei Nebrodi, disposti a semicerchio attorno a Maniace, sono sottoposti alle cure forestali. Il loro manto vegetale è dato dalle chiome del cerro, della roverella e del leccio, del faggio, del frassino, dell'agrifoglio, dell'olmo, dell'acero, del pero selvatico, dello spino e del pruno.

 

Pare, forse per la semplice ragione che "l’erba del vicino è sempre più verde", o forse in ossequio alla vigente sudditanza economico-culturale alle regioni del Nord, sia invalsa la mentalità di trasformare, cioè distruggere questo tipico, vario, paesaggio boschivo mediterraneo, ricco di sottobosco, in standardizzate foreste nordiche di pini silvestri.

 

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Chi accede ai Nebrodi avrà, naturalmente degli incontri faunistici molto episodici, per la verità, rapidi, di sorpresa: un volo, una fuga, il planare lontano di un rapace, le impronte sulla neve, nel fango, rumori misteriosi.

 

Tuttavia questa fauna, anche se impoverita dall'opera sconsiderata dell’uomo, è capace, ancora, di arricchire il mondo della conoscenza, della fantasia, dell'emozione3. I mammiferi, scomparse le specie di maggior mole, comprendono, ancora, numerose specie.

 

Vi è la volpe, rossa di pelo, che possiede un particolare fascino anche se odiata dalla massaia per i suoi blitzes nel centro abitato e le razzie nei pollai.

Un’altra assaltatrice di pollai è la donnola, dal colore rossiccio sul dorso e bianco sulla gola e sul ventre; tanto graziosa ed elegante nei movimenti quanto sanguinaria; pur essendo il carnivoro europeo più piccolo (misura appena 20 cm.) è estremamente aggressiva e feroce. Penetra nei pollai provocando un grande schiamazzo. Ma è cosa di pochi momenti, il tempo di prendere i pennuti per la gola e svenarli: poi va via lasciando dietro di sé un silenzio di corpi senza vita.

 

Chi frequenta questi boschi racconta di aver avvistato anche qualche martora, una parente, più grossa, della donnola.

 

Il gatto selvatico, invece, triplo di quello domestico, generalmente non esce dal bosco: si accontenta di conigli e di lepri.

Il ghiro lo si incontra, piuttosto in letargo, raggomitolato nel cavo dì un albero. Numerosi gli aculeati ricci e qualche istrice scende dai terreni lavici dell’Etna.

Tra i volatili che popolano i Nebrodi vi sono i colombi selvatici, le gazze, le beccacce, i corvi e le cornacchie, la pernice, la coturnice, il gufo, la quaglia.

Ogni tanto fa la sua comparsa qualche falconiforme.

Un tempo si vedeva spesso il nibbio apparire nel cielo della vallata e volteggiare in cerca di preda, ma veniva subito allontanato dal coro di grida delle donne. Anche i grifoni nidificavano fino agli anni sessanta.

Flotte di ragazzi di tanto in tanto lasciano i centri abitati e risalgono le acque dei torrenti per pescarvi la carpa, la tinca, la tartaruga e qualche trota.

Negli stagni dimora la gallinella d’acqua e l’airone.

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Se il paesaggio di Maniace, fin qui descritto, sembra avere avuto il tocco maestro di un "sovrumano giardiniere"4 non mancano in questo grande giardino naturale, i segni della lenta paziente e laboriosa opera di miniatura fissata saldamente al paesaggio dalle mani dell’uomo.

Estesi e rigogliosi frutteti, impiantati in pianura e sulla bassa collina con l’ausilio idrico dei pozzi trivellati o scavati rudimentalmente nel greto del torrente hanno tolto spazio alle brulle distese seminative di un tempo

In collina e sulla montagna i muretti a secco, i terrazzamenti, le stradine poderali, i viottoli caratterizzano il paesaggio. Ivi i terreni hanno mantenuto. per carenza idrica, pressappoco l’ordinamento colturale del passato: seminativi e seminativi arborati.

Ma dove è stato possibile creare piccoli invasi, laghetti collinari, per la raccolta dell'acqua remale, la campagna si è tatuata di verde, di orti e di vigneti.

La presenza allo stato brado di numerosi branchi di bovini alla pastura rileva la presenza di una apprezzabIle attività pastorizia.

 

 

 

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Testimoni preziosi di un antico artigianato familiare e contadino, ormai quasi del tutto scomparso, sono vecchi attrezzi di lavoro e altri oggetti di mobilia rurale.

Resistono ancora, alcuni anziani orgogliosi di esibire la loro capacità di tra. sformare la materia grezza in un oggetto d’arte, tanto è il potere di osservazione e di astrazione, di sintesi e di stilizzazione espressiva impressi nell’opera prodotta

Appesi alle pareti, o come soprammobili, fanno bella mostra, nelle moderne abitazioni di Maniace, oggetti intagliati sul legno o lavorati con vimini, giunchi, canne, etc.

E' augurabile che l’amministrazione comunale raccolga questi manufatti ancora disponibili prima che sia troppo tardi, ed allestisca un piccolo museo a testimonianza di questa, quasi scomparsa, locale civiltà contadina.

Il territorio non conserva antichi fabbricati di eccezionale interesse artistico ed architettonico

Le uniche costruzioni interessanti sotto il profilo architettonico sono le.cosiddette case coloniche, una cinquantina, sparse qua e là. In parte riadattate, qualcuna ancora originale, altre abbandonate e cadenti.

 

Opportuno e urgente si rende anche in questo caso un provvedimento amministrativo dì tutela e di conservazione che andrebbe esteso pure ai caratteristici filari di cipressi e di frassini di cui si è scritto prima.

 

Altrettanto importanti, archeologicamente, sono le abitazioni scavate nel masso, sia quelle delle colline arenarie, di Zerilli, dette "grotte della Saracena", presso l’omonimo torrente, che quelle di Boschetto vigne.

Ecco questo è quanto di più interessante si è potuto sommariamente evidenziare riguardante il territorio di Maniace.

 

Il resto sono ovvie e stereotipate immagini di modernità e progresso comuni ovunque: cemento armato, macchine e traffico fin troppo caotico per un paesino del tipo di Maniace.

 

 

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Principale protagonista del territorio è, naturalmente, l'uomo.

 

L'uomo di Maniace è oriundo da Tortorici, comune in provincia di Messina.

Il suo spirito di adattabilità e di sopportazione gli ha permesso di mettere radici su una terra che altri avevano preferito abbandonare a causa delle condizioni del duro regime di vassallaggio e di estrema precarietà in cui versava nel passato.

 

L’indole generosa e lo spirito di gruppo e di solidarietà reciproca sono due aspetti del suo carattere più conosciuti ed apprezzati dalle popolazioni limitrofe.

 

Tenuta in onore l’ospitalità era ancora costume, fino a tempo addietro presso alcune famiglie, tenere pronta a tutte le ore del giorno una vivanda sempre calda da servire all’improvviso ospite.

Al siciliano tipo, dal colore bruno, dall'esuberanza verbale e dalla gestualità teatrale si immischiano, a Maniace. i tratti. somatici di cittadini riservati con occhi azzurri e capelli biondissimi.