STORIA DELLABAZIA DI SANTA MARIA DI MANIACE
Il generale bizantino Giorgio Maniace dà il suo nome ad una antica città, già denominata sotto l'occupazione araba Ghiran ad Daquìq", ossia "Grotte della Farina", che sorge nel luogo dove egli riporta, nel 1040, una grande vittoria contro i saraceni.
Nella grancia basiliana, sita ad oriente di "Ghiran ad Daquìq", il generale bizantino lascia, in custodia dei monaci, una icona della Vergine che allatta il bambino.
Intorno al 1100 il categumeno Gregorio, del monastero basiliano di san Filippo di Fragalà, per dare più degna custodia all'icona bizantina, erige, accanto alla grancia basiliana, una chiesa, dedicandola a "santa Maria del valorosissimo Maniace".
Il nuovo tempio dà maggiore impulso al culto dell'icona bizantina già meta di pellegrini.
Intorno al 1160 nella grancia annessa alla chiesa avvengono gli incontri e le conversazioni spirituali tra san Nicolò Politi da Adrano e san Lorenzo da Frazzanò.
Nel 1173 la regina Margherita, moglie del re normanno Guglielmo 1°, sulle vecchie e modeste fabbriche basiliane eleva una più splendida chiesa e un nuovo monastero secondo la regola benedettina.
Ne è primo abate il monaco francese Guglielmo de Blois, poeta latino.
Su espresso desiderio della regina egli riceve subito, per sè e i suoi successori, il privilegio di vestire le insegne vescovili: mitria, pastorale, sandali; la cosa non tarda a suscitare le battute umoristiche del fratello Pietro, ritenuto, allora, l'uomo più dotto del tempo. All'abate del monastero benedettino di "Santa Maria di Maniace" e ai suoi successori è dato anche di sedere nel parlamento siciliano e di occupare il XV° posto nel braccio ecclesiastico. In tale epoca la comunità di Bronte è totalmente assoggettata al governo di Maniace.
Nel 1174 il monastero viene esentato dalla giurisdizione del vescovo di Messina per passare alla chiesa di Monreale e diviene una delle più note comunità monastiche della Sicilia per la vastità dei feudi in suo possesso e per alcuni suoi illustri e santi abati. La nuova chiesa, avente funzioni parrocchiali, è consacrata il 6 aprile 1177.
Indizi di tanta celebrità ci vengono anche da due piccoli ma eloquenti particolari di natura storico-geografica. Sulla carta geografica di Ignazio Dante, 1580, lAbazia di S. Maria di Maniace non è menzionata col nome proprio ma col solo termine Monastier. Ciò rivela che quello di Maniace era considerato il monastero, per antonomasia, della Sicilia e la fama dello stesso Abate non era da meno se a volte questi veniva chiamato semplicemente Abbas siculus.
Il vicino casale, o città di Maniace, riconosciuto sotto i normanni come "Magna Universitas", rappresentava all'epoca e lo sarà per molti secoli a venire, data la sua posizione geografica, un nodo viario importante. Nelle sue vaste pianure, infatti, abbondanti fra l'altro di acque, possono sostare gli eserciti. Qui si erano fermati, per alcuni giorni, nel 1060, prima di raggiungere Troina, i figli di Tancredi d'Altavilla, Ruggero e Guiscardo e, nel 1089, papa Urbano II; tutti festosamente accolti dalle popolazioni circostanti.
Dalla Bolla dell'arcivescovo di Messina Nicolò I, del 1178, si ha notizia dell'esistenza a Maniace di cinque chiese: S. Paolo, S. Pietro, S. Giovanni, S. Nicolò, S. Leone.
Nel 1183 i documenti parlano di due preti maniacesi: Leone, arcidiacono della città, e Basilio Sanitri. Poi, nel 1285, si rende famoso l'abate Guglielmo, anch'egli nativo di Maniace e amico di papi e sovrani, autore della così detta "Congiura di Maniace": un tentativo condotto in conto del papa, ma fallito, di sollevare la Sicilia contro re Pietro d'Aragona in favore degli Angioini.
Un altro maniacese si rende insigne nel 1330: fra Benedetto, priore del monastero e poi abate di S. Maria del Bosco in quel di Palermo; mentre, nel 1346, si parla dell' "Arciprete di Maniace Enrico Bancarario" e del presbitero Andrea Giordano.
A partire dal 1412 non si hanno più notizie della comunità maniacese.
Il nome Maniace rimane, pertanto, legato solo alla storia dellabazia in merito alla quale cè da dire che i suoi monaci, dagli ultimi decenni del 1200, avevano cominciato a vivere senza alcun freno morale con conseguente scandalo dei fedeli.
Papi, vescovi e abati tentano di riportarvi l'osservanza della regola benedettina. Come primo rimedio sottraggono alla gestione dell'abate i beni dell'abazia (troppe ricchezze per pochi monaci) affidandoli in "commenda" ad alte personalità vicine a re e papi, fatto loro l'obbligo, però, di assicurare lindispensabile per il mantenimento del monastero e dei monaci. Questi beneficiari vengono chiamati "abati commendatari". Primo commendatario diviene, nel 1336, Giovanni Ventimiglia.
Al fine di procedere decisamente sulla via della riforma e ristabilire la santità dei costumi, nel 1342 l'abate di S. Nicolò dell'Arena, in Nicolosi, invia al monastero di Maniace undici monaci col priore Angelo Sinisio. Ma il buon frate per poco non rischia di rimetterci la pelle e, fallita la missione a Maniace, viene inviato abate nel monastero di San Martino delle Scale dove rimane fino alla morte avvenuta nel 1386. Venerato presto Beato, il suo culto è fissato al 26 novembre. A riformare il monastero ci riesce, invece, con determinazione e pazienza, un altro abate, un altro Guglielmo, detto Di Paolo, nativo di Catania, inviato a Santa Maria di Maniace sempre dall'abate di san Nicolò l'Arena. Anchegli muore in odore di santità il 10 novembre 1423. Venerato come Beato, la sua festa è fissata al 30 novembre.
Prima alunno e poi insegnante di diritto canonico allUniversità di Bologna, quindi a Palermo e a Siena, succede, nel 1424, al governo dellabazia il celebre giurista Nicola Tedeschi, meglio conosciuto come Abbas siculus, divenuto, in seguito, nel 1434, arcivescovo di Palermo e cardinale.
Intanto gli abati commendatari più che amministrare saggiamente i beni del monastero, come era nelle intenzioni della riforma, li dilapidano, arrecano molestia ai monaci e lasciano andare alla malora i fabbricati. Così il 30 dicembre 1443 il papa Eugenio IV aggrega il monastero di Maniace a quello di S. Placido in Messina, ordina, anzi che, "propter aeris intemperium", venga abbandonato e ricostruito in altro luogo più salubre, mentre raccomanda che la chiesa non venga convertita ad uso profano.
Abate dei due monasteri unificati viene eletto Placido Campolo che, morto, nel 1344, anch'egli in odore di santità, è venerato Beato. Le sue reliquie sono custodite nella chiesa di Santa Maria di Randazzo. Deceduto, infatti, in tale città, dove il monastero di Maniace possedeva una casa d'abitazione, i randazzesi, nonostante gli ordini delle più alte autorità, non acconsentono a consegnare le sue spoglie ai monaci maniacesi.
Nel 1471 diventa abate commendatario il card. Roderico Borgia, futuro papa Alessandro VI. In Palermo nel 1431 era sorto il "Nuovo e Grande Ospedale". Bisognava dotarlo. Gli occhi di molti cadono sui beni dell'abazia di S. Maria di Maniace. Così il card. Borgia dona il patrimonio del monastero al papa Innocenzo VII che, a sua volta, l'8 luglio 1491, concede in beneficio o in commenda all'ospedale di Palermo.
Nella bolla pontificia di donazione si obbligano i rettori del nosocomio palermitano a mantenere almeno otto monaci per lo svolgimento del culto. Ma poiché l'ordine benedettino a Maniace era entrato in grave crisi i rettori vengono facultati, con bolla di Alessandro VI, a prendere ecclesiastici di altre famiglie religiose.
Pertanto, andati via i benedettini il 15.XI.1585, vengono chiamati, il 16.XI.1585, i monaci basiliani e nel 1586 i frati eremiti di sant'Agostino; nel 1592 subentrano i frati paolini e l'anno successivo nuovamente i basiliani;, mentre il 15.IX.1600 tocca all'ordine mendicante di san Francesco; succedono, nel 1601, i preti secolari di Bronte che nel 1602 vengono sostituiti dai conventuali di san Francesco al cui posto si alternano, nel 1604, i preti secolari di Cesarò e nel 1609 i padri secolari di Palermo; poi, nel 1611, per la terza volta e definitivamente, ritornano i padri basiliani.
Per secoli, dunque, sotto le lignee volte della vetusta e monumentale chiesa di S. Maria di Maniace i canti e i riti di lingua latina si alternano a quelli di lingua greca.
L'11 gennaio 1693 un terribile terremoto, che scuote la Sicilia orientale, distrugge il monastero di Maniace e fa crollare il corpo absidale e la torre della chiesa. I padri basiliani col loro abate Guglielmo Stancanelli riparano in Bronte e dimorano presso il Fondaco Stancanelli di proprietà dell'abate. Poi nel 1784, a spese del medesimo abate, inizia la costruzione del nuovo monastero attiguo alla chiesa di S. Brandano.
Qui trasferitisi, i padri basiliani vi rimangono fino alla soppressione degli ordini religiosi(1866-1867).
Quale sorte per le fabbriche dell'ex monastero di Maniace dopo l'abbandono da parte dei basiliani?
Per circa cinquantanni rimangono come il terremoto le aveva ridotte, subendo ulteriori danni, fino a quando, nel 1742 il visitatore regio, Mons. De Ciocchis, ingiunge ai rettori dell'ospedale di restaurare la chiesa e riaprirla al culto prescrivendo loro anche il mantenimento di dieci unità di monaci basiliani dimoranti al fondaco Stancanelli di Bronte. Ma a causa delle disastrate condizioni agricole in cui versano le terre dellospedale i rettori mal volentieri eseguono gli ordini. Restaurarono alla meno peggio la chiesa, intonacando e ricoprendo di qualche stucco senza valore il tutto, senza ripristinare le absidi e la torre. Riducono, poi, a quattro i monaci per il culto assegnando al monastero basiliano 200 onze l'anno.
Oltre al pregevole bassorilievo normanno dellangelo annunziante e della Vergine, ad un polittico e alla icone bizantina di "S. Maria di Maniace", salvatisi dal terremoto, trovano posto nella chiesa restaurata, sotto laltare, le spoglie del beato Guglielmo. Nel 1741 era stata rifusa la vecchia campana. Il sacro bronzo è quello stesso che ancora oggi, dopo essere stato nuovamente rifuso nel 1956, effonde i suoi rintocchi dalla torretta campanaria.
Scomparsa, dunque, intorno al 1412, la città di Maniace, entrato in crisi il monastero benedettino e crollate, poi, le fabbriche con conseguente abbandono da parte dei monaci, per molti secoli su queste terre, che avevano assunto l'aspetto di una landa desolata, si succedono prevalentemente pastori e contadini senza porvi stabile dimora, fino a quando il 10 dicembre 1799 l'ex feudo benedettino, integrato da altri feudi e dal territorio del comune di Bronte, viene innalzato al rango di ducato e offerto in dono, dal re di Napoli Ferdinando IV, ad Orazio Nelson, ammiraglio della flotta britannica, per aver egli aiutato il sovrano nell'opera di repressione dei movimenti rivoluzionari che a Napoli avevano dato vita alla "Repubblica partenopea", repressione culminata con l'impiccagione, curata dallo stesso Nelson a bordo della sua nave, di Francesco Caracciolo ammiraglio della flotta reale, passato dalla parte dei rivoluzionari.
A Nelson e ai suoi eredi toccano anche i diritti del mero e misto impero (potere giudiziario), della spada (potere di eseguire la condanna a morte) e di sedere in Parlamento nel braccio militare. Un successore di Nelson avrebbe, poi, scoperto, con sommo stupore, rovistando tra le carte dellarchivio dellAbazia, di possedere anche i titoli e i diritti di un abate! Comunque passa loro certamente lonere di mantenere il culto e di corrispondere 200 onze annue ai Basiliani .
A seguito della soppressione degli ordini religiosi il duca continuerà solo a garantire il culto nellex chiesa abaziale. In realtà finisce col limitarsi a prelevare ogni domenica un prete da Bronte. All'ecclesiastico, che celebra la messa, oltre a prelevarlo e a riportarlo a Bronte col suo calesse, il duca assicura il pranzo domenicale, che gli viene servito nel retrocucina del castello, e un modestissimo onorario.
Ma va anche ricordato che l'abazia era stata tassata, dal concilio tridentino, per il mantenimento di tre alunni nel seminario di Monreale. Lo storico Benedetto Radice (+1931) assicura che fino ai suoi tempi tre alunni erano mantenuti dalla ducea: due nel collegio Capizzi di Bronte e l'altro a Messina.
In quest'epoca abbiamo: nellanno 1802 il ritorno dell'abazia sotto lantica giurisdizione ecclesiastica di Messina; poi, nel 1817, il suo passaggio alla diocesi di Nicosia e, infine, il 14.1.1844, alla chiesa catanese.
Sotto il nuovo signore le sorti agricole e sociali del feudo, esteso circa 29.000 ettari, cominciano a migliorare leggermente grazie, anche, ai regi decreti del 1841 per effetto dei quali una parte delle terre ducali (Pezzo, alto Semantile, alto S. Andrea, alto Petrosino) viene assegnata alle classi meno abbienti del comune di Bronte.
E' questa anche l'epoca in cui, alla ricerca di sussistenza, cominciano ad affacciarsi sulle terre del feudo, dopo aver superato i rilievi montuosi dei Nebrodi, contadini e pastori provenienti da Tortorici. Tutto l'arco del XIX secolo conosce, pertanto, un costante, seppur modesto, movimento di tortoriciani verso Maniace anche se, in verità, già i tempi dell'ospedale avevano registrato una loro sporadica presenza.
Il ducato subisce, intanto, nel 1861, una ulteriore, consistente decurtazione di feudi, rivendicati dal comune di Bronte, scendendo, così, a 6.700 ettari di superficie.
Poi è la volta della chiesa di S. Maria di Maniace che, considerata un bene ecclesiastico in quanto facente parte dell'ex monastero benedettino, viene incamerata dallo Stato per effetto delle leggi eversive del 1866 e 1867 e la ducea, che ne conserva luso, è obbligata a pagare un canone annuo al Fondo per il culto.
Contro tali provvedimenti il duca adisce la corte d'appello di Catania e al fine di farsi esentare da obblighi ed oneri nei confronti del Fondo per il culto sostiene la natura privata della chiesa argomentando che essa è, di diritto, un bene privato, una "Cappella palatina", insomma, non assoggettabile, pertanto, a soppressioni e a imposizioni tributarie. Ma la corte ribadisce, con sentenza del 19.4.1900, la natura originaria di "beneficio ecclesiastico". Ciononostante il duca ripresenta ricorso alla corte di cassazione di Roma ma questa conferma, in data 24.4.1901, la sentenza del tribunale di Catania.
Sotto il duca l'ex abazia continua ad ospitare illustre personalità. E' ospite e vi muore, nel dicembre 1905, il poeta scozzese Guglielmo Scharp, sepolto poco lontano dalla chiesa, oltre il fiume, nel piccolo cimitero inglese.
Intanto, sotto l'aspetto demografico, continua, con fasi più o meno intense, il flusso migratorio dei tortoriciani verso Maniace.
Inizialmente gli immigrati vivono da "pendolari" facendo la spola tra il paese d'origine, "a casa", e il latifondo inglese. Ma nel 1926 ci doveva essere un apprezzabile insediamento di nuclei familiari se da questi parte la richiesta, al Governo, dell'istituzione di un servizio scolastico a favore dei bambini.
Nei decenni successivi il movimento immigratorio aumenta ancora di più e tutti gli inquilini finiscono per stabilirsi con l'intera famiglia sul feudo Nelson anche se in condizioni di grave sfruttamento. Basta pensare che del prodotto annuale del loro lavoro solo lottava parte, setti parti cu na parti, toccava ad essi. Il resto confluiva nei granai del duca e nei magazzini dei gabelloti.
E negli ultimi anni del fascismo che scompaiono i gabelloti e la ripartizione del prodotto si attesta al 50% tra il proprietario e linquilino.
Questi immigrati e pionieri introducono nel feudo le tradizioni, le usanze e le ricorrenze religiose del paese d'origine. Nel 1937 vi celebrano, per la prima volta, la festività di san Sebastiano patrono di Tortorici.
Il duca Alessandro (1904-1937) aveva fatto scalcinare, restituendoli allo stato precedente, le colonne e gli archi della chiesa che erano stati intonacati e ricoperti, con qualche stucco senza valore, dai rettori dellOspedale di Palermo.
Sono gli anziani ad organizzare tutte le manifestazioni religiose poiché il prete, residente in Bronte, assolve solo l'impegno della Messa domenicale e non si spinge mai aldilà della chiesa e dell'annesso castello dietro cui scorrono le acque del Saraceno oltre le quali si estendono, a perdita d'occhio, le terre ducali ove la massa dei contadini vive e lavora in totale isolamento e abbandono.
E sono le celebrazioni religiose a costituire per i contadini un prezioso luogo di comunione mentre servono a costruire la loro identità collettiva. Soprattutto la festa del patrono rappresenta un momento di forte aggregazione e di identificazione culturale.
Negli anni '20 regge la chiesa di S. Maria di Maniace il padre Giuseppe Margaglio da Bronte successo allo zio Francesco dell'ordine di S. Basilio. Poi, per 25 anni, celebra il culto il sacerdote Antonino Ciraldo soprannominato "padre Tisu" per la sua alta statura e per l'incedere particolarmente eretto e ieratico. Con padre Ciraldo si celebrano in Maniace i primi battesimi. I relativi atti vengono, tuttavia, registrati e conservati nella chiesa madre di Bronte.
Cessato il secondo conflitto mondiale, la secolare quiete del feudo Nelson è turbata dalle indesiderate visite dei politici e dei sindacalisti, soprattutto di sinistra, e dei primi sommovimenti dei contadini che a partire dal 1946 scioperano per l'applicazione delle nuove leggi che prevedono la ripartizione dei prodotti agricoli al 60% in favore del bracciante. In alcuni casi questa lotta si protrarrà fino agli anni 60.
Sul finire dell'estate del 1948 due sacerdoti da Bronte, il padre Antonino Rubino e il padre Nunzio Modica, insieme ad alcuni giovani dell'Azione cattolica, oltrepassano il Saraceno che scorre a ridosso del castello e si spingono nell'interno del feudo, fino alle zone più alte, dove da mezzo secolo una popolazione vive senza prete, senza catechismo, senza sacramenti, con tutti i giovani e molti anziani non ancora cresimati e con ragazzi da battezzare. Per sei giorni i due sacerdoti, divisosi il territorio, conversano con la gente, presentano loro la storia dalla salvezza e il vangelo del quale donano una copia ad ogni famiglia; con la recita del rosario e con canti ravvivano anche la devozione mariana lasciando in ogni casa una grande effige della Beata Vergine; all'ombra di un grande albero confessano e celebrano la santa Messa, battezzano.
Al settimo giorno, è l'alba di una domenica, tornano a Bronte. Padre Modica vi fa ritorno a piedi con una pesante valigia sulle spalle coprendo una distanza di oltre 15 chilometri. Vi arriva febbricitante.
Padre Rubino, più fortunato, ritorna viaggiando a bordo di un camion di carbonai. Durante il viaggio affollano la sua mente le inquietanti immagini delle tante povertà sociali in cui viveva la popolazione. Pertanto, contattate con premura le autorità civili e politiche, riesce a coinvolgerle nella realizzazione di importanti opere tra cui la costruzione dei plessi scolastici di Semantile e di Pezzo. Poi, recatosi dall'arcivescovo, gli rappresenta la necessità di una maggiore attenzione pastorale nei riguardi di questa nuova etnia.
Nel 1955 un'altra nutrita equipe, composta da sei sacerdoti e da molti laici, uomini e donne, dell'Azione cattolica, provenienti da Catania e da altri centri della diocesi, dal 2 al 9 agosto conducono nel vasto territorio di Maniace una memorabile missione popolare.
La missione ha luogo in concomitanza dell'inizio, in data 31.7.1955, del ministero pastorale di don Luigi Camuto che l'arcivescovo aveva inviato per una assistenza spirituale più organica alla comunità maniacese costituita, per l'occasione, in vicarìa curata autonoma.
Don Luigi continua a risiedere in Bronte ma, dotato di una moto messagli a disposizione dalla "Pontificia Opera Assistenza", scende più volte la settimana a Maniace e alla domenica, celebra una messa nella chiesa del castello e, unaltra, a domeniche alterne, nelle contrade più internate del feudo: Pezzo, Semantile e Petrosino.
Con lui hanno inizio gli esercizi spirituali al popolo, il catechismo ai fanciulli, le prime comunioni, i battesimi, le cresime e i matrimoni che vengono, finalmente, registrati a Maniace. Ha a disposizione una stanza del castello e percepisce dalla ducea un modestissimo onorario.
Gli eredi dei Nelson rimangono proprietari del latifondo fino al 16.1.1962 data in cui, per decreto regionale, le terre del feudo, in forza della legge siciliana di riforma agraria del dicembre 1950 e a seguito di un movimento di lotta contadina culminata con lo sciopero del luglio-agosto 1961, vengono espropriate per essere assegnate ai contadini. Rimangono in proprietà del duca un paio di centinaia di ettari ed il castello con il suo parco.
Il 24 giugno di quello stesso anno, 1962, la comunità di Maniace viene eretta Parrocchia. Sede parrocchiale provvisoria diviene la chiesa dell'ex abazia con il titolo di "San Sebastiano in S. Maria di Maniace". Padre Camuto ne è il primo parroco e ne prende possesso il 4.7.1962. Ma, dopo alcuni anni, presenta dimissioni a seguito delle quali l'arcivescovo, nel 1967, nomina nuovo parroco un giovane sacerdote il quale venuto a diretta conoscenza delle difficili e, a volte, per certi aspetti, drammatiche condizioni socio-ambientali dell'ex feudo e di coloro che vi vivevano, colto dallo scoraggiamento, rimette nelle mani dell'arcivescovo il mandato ricevuto.
Così il 15 ottobre dello stesso anno fa il suo ingresso a Maniace, come parroco, un altro giovane, figlio di una delle famiglie immigrate nell'ex feudo.
Il terzo parroco di Maniace rinuncia allonorario ducale e allalloggio messogli a disposizione allinterno del castello. Prende in affitto, invece, un bivani nel centro più abitato, al piano superiore di una casa, carente, come tutte le altre, di servizi igienici: solo un bagno sistemato alla meglio, fuori sul balcone, niente impianto di doccia o vasca, nemmeno un lavandino, del resto a cosa sarebbe servito? Lacqua dovevano tutti attingerla ad un lontano bevaio. Nel novembre fonda un "Comitato cittadino" per il riscatto e la promozione sociale del territorio. Nell'aprile dell'anno successivo allestisce, con la collaborazione dei giovani, un campo da gioco per lo sport dei ragazzi. Promuove, anche, in quellanno, una lista civica che raccogliendo ladesione di tutti gli abitanti fa sentire alta la sua voce presso il consesso civico di Bronte in difesa dei diritti della popolazione maniacese.
Nel febbraio del 1969 dà inizio alla costruzione della chiesa "san Gabriele arcangelo", in Petrosino, su un tratto di terreno acquistato con una somma offerta da mons. Carmelo Scalia. La chiesa, ultimata con i sacrifici personali del parroco, col contributo della popolazione del luogo e della curia, è inaugurata nel novembre dello stesso anno. L'edificio, dotato di sagrato, grande scalinata di accesso e piazzetta antistante, verrà consacrato il 16 novembre 1979. Rimane da costruire la sacrestia su un tratto di terreno sito sul lato est della chiesa.
Nel giugno del 1973, costruito con il contributo della curia, limpegno del parroco e dei fedeli, viene inaugurato il salone-chiesa "Cristo Risorto", con annessa canonica, in contrada Margherito, su una porzione del terreno donato, l'8.7.1966, dal duca Nelson.
Nel novembre 1975 il parroco dà vita ad un movimento indipendentista grazie al quale il 1° aprile 1981 l'ex feudo diventa il 57° comune della provincia di Catania sotto l'antica denominazione "Maniace". Lo stesso anno l'ultimo erede dei duchi vende a privati cittadini la restante proprietà mentre il castello viene acquistato dal comune di Bronte, esclusa naturalmente la chiesa di S. Maria di Maniace che non è da considerarsi facente parte dell'acquisto essendo già demanio dello Stato.
Eretto Maniace in comune autonomo, il parroco, che per l'addietro si era molto dedicato alla promozione umana e sociale del territorio, può, finalmente, profondere tutte le sue energie nel campo specificamente religioso, nella catechesi e in tutte le iniziative pastorali atte a far crescere Maniace come Chiesa. Ma questo non gli impedisce di impugnare, nuovamente, quando occorre, le armi della lotta, come ad es. per il raggiungimento dellautonomia della scuola media, listituzione della Caserma dei CC ed altro.
I locali parrocchiali costruiti ne 1973 si rivelano, nel tempo, inadeguati alle cresciute esigenze del culto e della pastorale. Nel 1989 hanno, pertanto, inizio i lavori per la costruzione di un nuovo e ampio plesso parrocchiale che viene portato a termine nell'ottobre del 1993 con un finanziamento regionale e grazie al contributo dei parrocchiani. La nuova chiesa viene inaugurata, il 7 agosto 1994, dal vescovo mons. Luigi Bommarito, alla presenza di numerosi sacerdoti e autorità civili e diocesane.
Qualche anno prima, dietro domanda presentata dal parroco, la soprintendenza di Catania aveva portato a termine i lavori di restauro della chiesa di S. Maria di Maniace.
Il 30 novembre 1996, sotto i suoi vetusti archi a sesto acuto, dopo quasi due secoli di oblio, viene ripresa la celebrazione della messa in onore del beato Guglielmo de Paulo.
Qualche mese prima - arcana coincidenza! - i benedettini avevano fatto ritorno a Nicolosi, in ideale continuazione con l'ex monastero di san Nicolò dell'Arena, proprio là dove il beato Guglielmo si era formato da giovane e da dove veniva inviato per riformare, con successo, i costumi dei monaci maniacesi.
Il territorio parrocchiale, che secondo il censimento del 1995 conta circa 3.500 fedeli, è stato distinto geograficamente in 28 zone pastorali ognuna delle quali è seguita ed animata da propri responsabili. La parrocchia san Sebastiano martire che agli inizi degli anni sessanta, quando è stata costituita, era poco più che una espressione giuridica e antropogeografica, è oggi, pur tra luci ed ombre, oltre che una autonoma realtà politico-amministrativa, una solida ed organica comunità in reale cammino di fede.
CHIESA SANTA MARIA DI MANIACE
NOTE SOTTO IL PROFILO ARCHITETTONICO ED ARTISTICO
Coeva al duomo di Monreale, la chiesa di santa Maria di Maniace è un insigne monumento dellarte romanica del dodicesimo secolo e sembra preludere al bel gotico cistercense per la sobrietà e la purezza dei suoi profili architettonici.
Linterno, a pianta longitudinale, si dispiega su tre navate e si interrompe, quasi bruscamente, nella piatta parete di fondo allaltezza dellarco trionfale, di cui rimangono tracce, oltre il quale sorgevano, originariamente, il transetto e le absidi orientate a levante, entrambi distrutti dal terremoto del 13 gennaio 1693.
Tuttavia lo spazio rimasto riesce ugualmente ad animarsi e ad affascinare con la fuga degli archi ogivali, ghierati dai conci di pietra arenaria gialla, sostenuti da due file di brune colonne in pietra lavica, alternativamente rotonde ed esagonali che, insieme agli archi sovrastanti, scandiscono armoniosamente, sia in senso verticale che longitudinale, tutto il volume del tempio.
Movimento ed euritmia si fondono anche nelle alte capriate lignee del soffitto che in qualche parte e nelle mensole a truciolo che sorreggono le travi conservano ancora tracce dellantica decorazione.
Completano le linee architettoniche dellinterno i filari delle finestre ad arco acuto che si aprono, a strombatura, nel profondo spessore dei muri dellalta navata centrale e di quelle laterali rosseggiando sul bianco intonaco delle pareti del tempio per il cotto che ne riveste le superfici interne e gli estradossi.
Il tutto crea unavvolgente atmosfera di religioso silenzio e, ad un tempo, di arcano linguaggio che sembra provenire da tempi lontani.
Il sacro edificio custodisce, al suo interno, due esempi di scultura che nellarte romanica è sola architettonica con la funzione, cioè, di adornare capitelli, portali, timpani, altari, etc., e che, pertanto, ricorre al rilievo schiacciato o basso rilievo e allalto rilievo, rifiutando il tutto tondo.
E a rilievo schiacciato sono i motivi ornamentali del paliotto dellaltare composti da stilizzate volute di tralci vegetali, fogliami, infiorescenze, sui quali piccoli e profondi fori praticati ad arte col trapano creano un sapiente gioco di chiaroscuri.
Unaltra splendida scultura a bassorilievo è rappresentata dalle due figure marmoree dellAngelo annunziante e della Vergine delle quali si sconosce il sito originale, apposte, dopo il terremoto, alla parete centrale.
Sulla figura della Vergine sembrano riassumersi molti dei canoni del bassorilievo romanico: la rigidità e, insieme, latteggiamento ieratico del personaggio, la posizione frontale del volto, la fissità dello sguardo, le pieghe delle vesti, i piedi disposti uno accanto allaltro.
Lesterno della chiesa ha le superfici murarie formate da materiali poveri: ciottoli, nude pietre irregolari di diverse dimensioni e colori, mattoni e pietrisco, legati insieme con calce e sabbia. Tuttavia linsieme risulta solenne, caldo e luminoso e la facciata principale sinfiamma alla luce del tramonto.
Lorlo dei tetti inferiori è dato dalle semplici tegole supportate, in perfetto stile romanico, da una teoria di mensole al contrario dellorlo dei tetti superiori costituito da una vistosa grondaia alla cappuccina prodotta dallultimo lavoro di restauro non in ortodossia di stile.
La facciata principale, spoglia e semplice, segue, architettonicamente, la diversa andatura, in larghezza e in altezza, delle navate e dei tetti con rialzo, dunque, della parte centrale sovrastata, a sua volta, dalla torretta campanaria creando così un effetto a salienti e piramidale tipico di certe facciate romaniche.
Su questa facciata sapre in alto una grande e armoniosa finestra ogivale ghierata da pietra lavica mentre in basso è incastonato il bellissimo portale a sesto acuto, strombato e polilobato da archi concentrici e da file di colonnine in marmo, in porfido, in arenaria, sormontate da capitelli tipicamente romanici, cioè istoriati, dal momento che gli artisti romanici sono stati i primi e gli ultimi a raffigurarli per imprimervi un simbolismo o per narrarvi una storia.
Quale il simbolismo del portale romanico e in particolare di quello di Maniace? La prima chiave di lettura è la fede.
Volutamente rivolto al tramonto, al contrario dellaltare e delle absidi che guardano ad oriente, il portale di Maniace è, secondo un simbolismo cristiano, raffigurazione della notte, delle tenebre, del male e, dunque, del peccato che viene simboleggiato e istoriato sui capitelli.
Il fedele che sta per varcare le soglie del tempio è invitato a prendere, con sano realismo, coscienza del male anche se lo lascia alle spalle per incamminarsi verso la luce e la Grazia rappresentate dallabside.
Ed è per questo che dai capitelli di sinistra viene fuori una sarabanda di esseri selvaggi e mostruosi, animali con due corpi ed una testa, bestie intrecciate dai corpi ibridi o con teste umane. Figure terribili, fantastiche tratte dai bestiari medievali mutuati, a loro volta, da modelli pagani, da quelle figure, ad es., che sfilavano nei tessuti di seta e doro provenienti dalla Persia, dalla Cina.
Non si tratta, dunque, di unallegra e gratuita mescolanza di sacro e profano. Lo scultore romanico intende descrivere il male e si serve, anche, della cultura pagana. Pertanto quelle figure, insieme ad un senso arcano e nascosto, contengono un simbolismo di verità superiori.
I capitelli di destra aprono con la scena del vizio: una donna nuda, in atteggiamento equivoco, a braccetto con due galli antropocefali. Segue la rappresentazione di Adamo ed Eva, cacciati dallAngelo, che nascondono la loro nudità. In coordinata successione vengono rappresentate le conseguenze del peccato: la condanna al lavoro, il drammatico fratricidio, la caccia, la guerra.
Le foglie di acanto che formano la parte bassa dei capitelli sono anchesse traforate, come il fogliame dellaltare, al punto giusto onde rendere di più leffetto plastico.
Sulla bianca parete dietro laltare, in alto, si può ammirare il trittico (o ex polittico) rappresentante la Madonna che allatta il Bambino, affiancata dai santi Benedetto da Norcia, in abiti pontificali, e Antonio abate, in abito monacale con cappuccio e bastone a croce egizia in mano. Lopera è da datare prima del XVI secolo. Spicca, più in basso, racchiusa in una custodia di legno con vetro, licone, in stile bizantino, di santa Maria di Maniace con in braccio il Bambino in atto di prendere il latte (Sec. XIII? Originale? Copia di quella che si venera in Bronte nella chiesa di san Blandano?)
Sulla parete frontale della navata di sinistra vi è il dipinto su tavola raffigurante santa Lucia. E uno sportello superstite di un polittico (di quello posto sulla parete centrale?)
Sullaltra parete frontale della navata di destra si ammira un altro antico quadro della Madonna col Bambino di stile e di epoca da meglio precisare.
Un prezioso quadro, ancora di Madonna col Bambino, del XVI secolo, adorna lultimo tratto della parete laterale della medesima navata.
Sotto laltare del tempio è riposta la cassa lignea, secolo XVII, col corpo del beato Guglielmo.
Egli è quel Guglielmo di Paolo, abate del monastero benedettino, inviato a Maniace dal monastero di san Nicolò lArena in Nicolosi, alla fine del XIV secolo, per riformare i costumi dei monaci e morto il 10 XI.1423.
Non vi sono seri dati storici che possano fare attribuire i resti del benedettino al Guglielmo abate della Congiura di Maniace, del 1282.
Né tanto meno a un Guglielmo Scammacca come recita la lapide di rame di recente apposta vicino allurna del beato.
Naturalmente, per correttezza storica, lepitaffio andrebbe rimosso.
Anche i dipinti, tutti su tavola, esistenti allinterno del tempio hanno bisogno di uno studio accurato che permetta datazioni e classificazioni di stile più convincenti e sicure.
Maniace 23 settembre 1997