MANIACE

La storia di questo piccolo e 1aborioso centro del catanese comincia con la lenta emigrazione che, soprattutto dagli inizi del secolo fino agli anni cinquanta, porta nei possedimenti feudali dei Nelson, a Maniace, molte famiglie povere del piccolo hinterland del Comune di Tortorici in provincia di Messina.
Costrette dalla parcellazione, sempre crescente, della proprietà familiare, costituita esclusivamente da piccoli appezzamenti di noccioleti, unica risorsa economica ormai insufficiente a garantire il minimo vitale, pur di sopravvivere, queste famiglie abbandonano i luoghi natii.
Lasciano le accoglienti piazze, il corso principale pullulante di vita, le belle chiese della loro ridente cittadina adagiata a fondo di una valle dei Nebrodi e circondata dai verdi pendii delle campagne ove biancheggiano, sparse " come branchi di pecore pascenti, le loro modeste ma dignitose case paterne.
E a Tortorici rimane anche il loro orgoglio, quello di appartenere ad un Comune dalle grandi tradizioni religiose, culturali, artistiche, politiche, artigianali e industriali; terra di pittori, scultori, poeti, orafi e fonditori di bronzo per la lavorazione delle campane; sede, nel passato, di scuole filosofiche, teologiche e umanistiche, "valle dell'ingegno", secondo il detto popolare; città, un tempo, capocomarca su moltissimi paesi del circondario: Sinagra, Martini, Raccuia, Ucria, Naso, San Marco D’Alunzio, Militello Val Demone, Alcara Li Fusi, Capo D'Orlando, Sant'Agata, Ficarra, Castania, San Salvatore, Galati, Longi, Frazzanò, Mirto, Capri Leone, Piraino e San Piero Patti.
A questi parenti poveri di una comunità gloriosa non restano che le alternative: l'emigrazione oltreoceano o l'immigrazione nelle terre di Maniace.
Scelgono l'ultima rendendosi anonimi braccianti e sfruttati lavoratori di una terra governata ancora da vecchi sistemi feudali. In pieno secolo XX si fanno vassalli del duca inglese. Figli della "Viccoriosa civitas Tortoreti", prima città della Sicilia scrollatasi dal giogo feudale, diventano, ironia della sorte, simbolo dell'ultimo retaggio baronale dell'Isola. Tuttavia i pionieri di questa immigrazione, senza saperlo, vengono a calpestare una terra custode silenziosa di un passato anch’esso ricco di gloria: teatro di eventi storici, crocevia di popoli, meta dei fratelli dAltavílla, Ruggero e Guiscardo, e di altri sovrani, terra di santi e importante centro di vita cenobitica prima e monastica dopo. E non pensano, ancora, che con il loro insediamento stanno proprio gettando le basi per la ricostruzione dell'antico " Maniàg ", o, dell'arabo "Ghiran ad Daquiq", di cui, nel XV secolo, si erano perse misteriosamente le tracce.
Non hanno, però, la possibilità di dar vita ad un vero e proprio centro urbano e, quasi soggette ad un piano del destino, sono forzate a riprodurre, nel vastissimo latifondo inglese, lo stesso tipo di insediamento del paese d'origine nelle cui campagne esse vivevano a gruppi sparpagliati in decine di contrade distanti tra loro: Sciortino, Sceti, Mercuri, Capreria, Salvo, Piano Canne, Marù, Batana, San Leonardo, San Costantino, Pagliari, Santa Nagra, Grazia, Potami, Fiumara, Masugna, Randi, Mòira, Dauro, San Basilio.
E sulle nuove terre si insediano e si distribuiscono secondo i ceppi etnici dei luoghi d'origine. Attorno alle masserie dei gabelloti, da cui dipendono direttamente, costruiscono i loro pagliai animando, cosi, poco alla volta, contrade e feudi deserti da secoli: Semantile, Sant’Andrea, Pezzo, Canalotto, Petrosino, Galatesa, Boschetto Cavallaro,, Margherito, Fondaco, Piana, Porticelle, Zerilli, Sambuco, Otaito, Scorsone, Fioritta, Mangione, Balze, Margiosalice, Gatto.
Sul brullo latifondo, assolutamente privo di ogni struttura civica, essi trovano, immerso nell'unica oasi di verde esistente, il vecchio casamento dell'ex abazia benedettina cistercense adattato, poco prima dai Nelson, a confortevole residenza signorile con granaio, scuderia, corte, giardini, poi elevato, con l'aggiunta di qualche torretta merlata, al rango di Castello.
Annessa all'ex abazia trovano anche l'antica, monumentale ed artistica chiesa normanna di "Santa Maria di Maniace". Il tempio, aperto al culto, appare agli immigrati come l'unica presenza familiare ed esaltante del feudo e non perdono tempo a insediarvi il loro patrono, San Sebastiano, e a riprodurre, anche se in tono minore, la festa celebrata in Tortorici al 20 gennaio e a maggio seguendo gli stessi riti della Comunità madre. Molte altre tradizioni religiose, usanze e costumi si portano dal paese d'origine come la Novena di Natale, celebrata, seguendo un antico rituale, tra le quattro e le cinque del mattino. Né dimenticano il bel canto corale "a nuciddara ", dolce e armonioso, ancora oggi cantato dagli anziani, in occasione di matrimoni o “fuitine", sotto il balcone delle giovani coppie.
Ed è proprio in tale festa e in questo tempio che gli inquilini del feudo si aggregano per la prima volta, dopo il loro esodo, e, forti del loro caratteristico spirito di solidarietà e di gruppo, cominciano a ravvisarsi popolo e a riconoscersi novella etnia maniacese.
Nel secondo dopoguerra inizia il lento e inarrestabile affrancamento dalla servitù feudale culminato nel varo della legge siciliana di riforma agraria, del 27.12.1950, e nell'asseg2azione delle terre ducali ai contadini avvenuta, a Maniace, negli anni '63 - '65. Nel frattempo molte famiglie, pur di uscire per sempre dai loro tucù1, si erano costruite, notte tempo perché abusive lungo i margini delle ampie regie trazzere, le prime abitazioni in muratura: embrioni dei futuri centri urbani.
Ottenute, poi, le terre in proprietà, altre case, bianche d'intonaco, prendono il posto delle cupe e cadenti masserie, dei casolari, dei pagliai, formando linde borgate nuove di zecca. Le campagne, sia a valle che in collina e sulla montagna, cominciano a tatuarsi del verde dei frutteti e dei vigneti con conseguente consolidamento dell'economia locale.
Mediante l'opera di un Comitato Cittadino, nato nel 1967, animato dal parroco del luogo, altre conquiste vengono raggiunte nel campo delle strutture e dei servizi sociali e civili: costruzione di ponti, strade, scuole, acquedotti, reti idriche e telefoniche; apertura della farmacia, degli sportelli postale e anagrafe; una chiesa sorge per le necessità di culto nella borgata di Petrosino mentre al centro viene costruito un salone parrocchiale che oltre a soddisfare le esigenze del culto diventa luogo di incontro per. la promozione delle opere civico-sociali, delle attività teatrali, musicali, culturali ed altro.
E finalmente, nel 1981, i circa 3. 000 abitanti delle varie borgate si costituiscono in comune autonomo.
L'antico Maniàg è rinato.
In breve tempo il novello comune, forte della raggiunta autonomia, brucia tappe importanti -nel cammino dell'elevazione civica e sociale: l'illuminazione pubblica per le strade, le opere di recupero in tutto l'abitato di Petrosino, la costruzione di piazze e villette pubbliche, del cimitero, delle condotte per le acque bianche e nere, del depuratore, del campo sportivo, della palestra, l'istituzione della Caserma dei carabinieri e del Distaccamento Forestale, l'autonomia della scuola Media, ;il servizio scuolabus, la costruzione del nuovo complesso parrocchiale e, infine, come degna risposta agli impianti frutticoli che danno una produzione rinomata in tutto il Catanese per la sua pregiata qualità, l'istituzione della sagra delle pesche e delle pere, nel mese di agosto.
Anche sotto il profilo dell'istruzione Maniace è cresciuto. Gli studenti delle superiori, una cinquantina, alle sette del mattino salgono a bordo dei mezzi pubblici per raggiungere le sedi scolastiche di Bronte, Adra-no e Randazzo; molti altri sono residenziali nelle città di Catania., Acireale e Giarre e già da parecchi anni si sfornano i laureati.
Ulteriori traguardi l'amministrazione civica e il popolo maniacese intendono bruciare nell'immediato futuro: il recupero urbanistico di altre zone, quale l'abitato di sant’Andrea; l'apertura di alcune nuove strade, già previste dal piano regolatore, che dovranno favorire la crescita razionale del tessuto urbano dando luogo, anche, al nuovo assetto del centro cittadino meglio rispondente alle esigenze della comunità; la realizzazione del palazzo municipale, del centro sociale, dell'ambulatorio medico, di nuovi spazi scolastici, la captazione di acque per l'economia agricola e frutticola del territorio comunale.